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Mi piace pensar che qualcuno -girando e dell'altro cercando- curioso, per caso si trovi davanti una pagina, l'apra, la legga e qualcosa d'intenso rimanga, come quando si coglie al tramonto il colore del sole che muore, mai uguale, sapendo che è solo di un attimo

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 GIOVAN BATTISTA MARINI detto TITTA

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AutoreMessaggio
michael$anthers
Poeta
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Numero di messaggi : 1161
Data d'iscrizione : 11.06.10

MessaggioTitolo: GIOVAN BATTISTA MARINI detto TITTA   Dom Dic 19, 2010 4:01 am

EPITAFFI

EPITAFFIO DER POETA (scritto per lui)
O passeggero, qui fra tante quiete,
‘sto morto senza er nome su la targa,
volenno, armeno adesso, un po’ de requie,
prega li vivi de passà a la larga.

DER PECCATORE
Siccome p’infognamme ner peccato
mo sto nel regno de la scottatura (inferno),
nun scocciate pe me Chi m’ha creato,
spatenostranno (pregando) su ‘sta sepoltura

A TRILUSSA
Visse cantanno, sempre applaudito,
tra fama e fame,
fin quanno er falegname
l’ha inchiodato nell’urtimo vestito (la bara).


AR CAVAJERE
Fu fatto pe’ la moje cavajere:
terra e corna je siano leggere.

A LA SOCERA
Da quanno che mi’ suocera qui giace,
lei…nu’ lo so, ma io riposo in pace!

A AVA
Qui s’ariposa Ava
che se vestiva quanno se spogliava

A L’ONESTA’
Questa fu l’onestà che, spesso in vita,
rubbò er sapone a mezza umanità.
Se vantò d’esse’ poi la più pulita


ALCUNE POESIE


PREGHIERA
O qui nato e incrociato,
eppoi risuscitato,
abbi pietà di noi. Se voi che sia finito
STO TRAN TRAN, STO CANCAN,
STO PIJA E LASCIA STA,
portete ‘n gloria ‘gni ora un governante
con tutti quelli che je stanno intorno,
e tielli stretti fra le braccia sante!

CROCEPUGNALE
Er Crocefisso tuo, Cristoggesù,
in mano a sto bordello generale,
nun se distingue più
se è ‘na croce o un pugnale.

BROCCOLI
Iddio disse ad Eva ed ad Adamo:
- bigna ragazzi mii, che lavoramo
Io v’arigalo ir monte, ir piano, ir greppo,
pe’ piantacce li broccoli cor zeppo –
E se Adamo non ebbe più riposo
fu perché li piantò co’ n’antro coso.

PARLA ER CECO MIRACOLATO
Ero ceco,
e Tu m’hai dato la vista, Gesù!
Ma nun vedo che abusi.
Quant’è mejo guardà coll’occhi chiusi.

VISTO CHE SO’ NATO
S’io morirò, visto che ormai so’ nato,
criticateme pure a tutto fiato.
Tanto svolazzerò ner Cielo in festa
e un baffo me farà chi ar monno resta.

LA BANDEROLA ARRUZZINITA
Er campanile fa a la banderola:
Tirano tanti venti
e nun te giri. Dimme, che te senti?
So’ arruzzinita, porca la matassa,
ma, se me capitasse chi m’engrassa,
m’abbasterebbe un’untatina, un gnente,
p’arivortamme come tanta gente!

MOSE’ E ER POPOLO
Mosè diceva ar popolo: Er bon Dio
m’ha dato pe’ le tre n’appuntamento
che riguarda noi tutti…è un testamento…
La gente fece: Ce verrò pur’io?
Mosè riprese: Ma…capite a volo!
Qui nun se tratta de papiè da cento…
Er popolo, ch’ha sempre un sentimento,
sfollò mentre strillava: Vacce solo!

FINALE TRAVOLGENTE
Indove guardo, tutto me dimostra
l’eterna marcia de la patria nostra
ricca de timbri e tasse, d’inni e sole
e de bande, bandiere e banderole


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TITTA MARINI UN DISINCANTATO NATO VECCHIO ED ETERNO RAGAZZO
di:Antonia Bonomi

GIOVAN BATTISTA MARINI, detto TITTA nasce a Tarquinia. La famiglia è benestante e, alla morte del padre, il capitale è diviso tra i due figli. Titta, pigro convinto, vende la propria parte e quattrini in mano e nessuna voglia di lavorare, fa il signorino e si dà alla bella vita. La sua pigrizia era proverbiale, ma lo disturbava anche il lavoro altrui. Fonda il Fronte dell’Ozio i cui membri si chiamano “Ozzziosi”, con tre zeta, e ideano gesti dimostrativi come la pubblica fucilazione della vanga. Titta Marini aveva anche scritto un inno, “Innone” per l’esattezza, musicato dal maestro Franco Bisogni e nel quale si lodava la nullafacenza, che si cantava sbadigliando. Le trovate balzane di questo gruppo attirano l’attenzione della stampa internazionale e della Roma che “conta”. TITTA si trasferisce nella Capitale diventando un personaggio di spicco nei salotti dei Principi, Conti e Contessini come li chiama lui. Durante il soggiorno romano, TITTA MARINI riceve importanti riconoscimenti accademici. Nel 1963 gli è conferito in Campidoglio il “Lauro Tiberino”, unico poeta dialettale dopo Gioacchino Belli. Inutile dire che trova da ridire anche mentre è “Incampidogliato” e davanti alle massime autorità tirò fuori una delle sue battutacce. Vince anche il premio “Roma” sia per le poesie in vernacolo sia per le poesie in lingua, perché Titta non era solo un poeta dialettale. Nel 1976 è ammesso all’Accademia Culturale d’Europa. Inquieto come sempre, un bel momento si stufa anche di Roma e del successo e a metà degli anni sessanta torna a Tarquinia. Stravagante, non più giovane, un po’ apprezzato e un po’ deriso, fa parte del colore locale, compone le sue poesie dove capita, le declama ovunque e a chiunque. I suoi epigrammi, epitaffi o motti fulminanti sono dipinti a caratteri cubitali sulle pareti esterne dei casali, sui pilastri dei cancelli, spronando a volte gli altri a “rispondere”. In un casale scrive: “La terra è sempre la peggiore impresa, perché da vivo è bassa e da morto pesa” Il contadino Cinelli aggiunge firmandosi: “Ma io che la lavoro me so’ accorto, che pesa più da vivo che da morto”. Gli ultimi anni della sua vita sono amareggiati da malattie e numerosi interventi chirurgici, ma Titta Marini prende per i fondelli anche la morte, se la prende con il cielo “bestemmiando con cognizione di causa, da vero cristiano”. Dopo aver scritto il suo epitaffio muore il 25 luglio del 1982.



Giovan Battista Marini, detto Titta, è stato per me una piacevole sorpresa, confesso la mia ignoranza non lo conoscevo. Nel centenario della nascita, il Comune di Tarquinia gli ha dedicato una mostra e per dovere professionale mi sono recata all’inaugurazione. La piazzetta dedicata al poeta era affollata, brevi e compendiosi i discorsi delle autorità intervenute, c’era anche un onorevole parlamentare europeo, terminati i quali il comitato organizzatore ha proposto la recita di alcune poesie di Titta Marini da parte di attori locali. E mi si è aperto un mondo. Quando la recitazione è terminata, ne volevo ancora.
Titta Marini nasce a Tarquinia, che allora si chiamava Corneto, primo di tre figli, la sorella minore morirà in tenera età. La famiglia è benestante, la madre è una gran donna dal carattere di ferro che guida accortamente famiglia e patrimonio. Alla morte del padre il capitale viene diviso tra i due figli e Titta, pigro convinto, si disfa della propria parte vendendola. Quattrini in mano e nessuna voglia di lavorare, fa il signorino e si dà alla bella vita, acquista un’automobile rossa con la quale corre per i vicoli del paese “spaventando le galline”. I quattrini non durano in eterno e alla fine si trova proprietario di un somaro chiamato “Sor Luigi”, che quando era in calore strappava a morsi le lenzuola stese, e alcuni orti che aveva dato a mezzadria. La sua pigrizia era proverbiale, ma lo disturbava anche il lavoro altrui, perciò aveva ideato una falce “a vela”, che avrebbe dovuto sfruttare il vento per alleviare la fatica dei falciatori. Fra le sue invenzioni stravaganti, c’è anche la Mototitta, costruita personalmente con un motore da pochi cavalli e, secondo Vincenzo Cardarelli, vecchie scatole di conserva per la carrozzeria. Apolitico, prese in giro tutti i partiti compreso il fascista durante il ventennio, dichiarando in una poesia che avrebbe votato “per Célo” (Democrazia Cristiana ndr), solo perché durante un comizio l’oratore aveva promesso che una volta trapassato, chi votava per quel partito “avrebbe ballato il tango e la carioca, co’ vergini che allisceno li peli”. Questo, molti decenni prima dei kamikaze di oggi ai quali sono promesse nell’aldilà cento urì vergini!
Andiamo avanti: Titta fonda il Fronte dell’Ozio, il cui logo è un granchio che spezza una vanga e i motti che lo circondano dicono “L’ozio ci unisce, il lavoro ci divide” “Rinculando avanzo”. I componenti del gruppo si chiamano Ozzziosi, con tre zeta, e ideano gesti dimostrativi come… la pubblica fucilazione della vanga. Titta Marini aveva anche scritto un inno, Innone per l’esattezza, musicato dal maestro Francesco Bisogni e nel quale si lodava la nullafacenza, che si cantava sbadigliando. Le trovate balzane di questo gruppo attirano l’attenzione della stampa internazionale, della Roma che “conta”. E Titta si trasferisce nella Capitale diventando un personaggio di spicco nei salotti di Principi principali, Conti e Contessini come li chiama lui. A sponsorizzarlo, come si direbbe ora, è il principe Vittorio Massimo che lo considera un amico fraterno, al punto che il poeta risiede nel palazzo di Corso Vittorio. Durante il soggiorno romano, Titta Marini riceve prestigiosi riconoscimenti accademici, nel 1963 gli viene conferito in Campidoglio il “Lauro Tiberino”, unico poeta dialettale dopo Gioacchino Belli. Inutile dire che trova da… ridire anche mentre è “Incapidogliato” e davanti alle massime autorità tirò fuori una delle sue battutacce. Vince anche il premio “Roma” sia per le poesie in vernacolo sia per le poesie in lingua, perché Titta non era solo un poeta dialettale. Nel 1976 è ammesso all’Accademia


La Mototitta
Culturale d’Europa. Inquieto come sempre, un bel momento si stufa anche di Roma e del successo e a metà degli anni sessanta torna a Tarquinia. Stravagante, non più signorino anzi stazzonato, un po’ apprezzato e un po’ deriso, fa parte del colore locale, compone le sue poesie dove capita, le declama dovunque e a chiunque. I suoi epigrammi, epitaffi o motti fulminanti sono dipinti a caratteri cubitali sulle pareti esterne dei casali, sui pilastri dei cancelli, spronando a volte gli altri a “rispondere”. Titta Marini scrive che “La terra è sempre la peggiore impresa, perché da vivo è bassa e da morto pesa”? Il contadino Cinelli aggiunge firmandosi: “Ma io che la lavoro me so’ accorto, che pesa più da vivo che da morto”. Gli ultimi anni della sua vita sono amareggiati da malattie e numerosi interventi chirurgici, ma Titta Marini prende per i fondelli anche la morte, se la prende con il cielo “bestemmiando con cognizione di causa, da vero cristiano”. Quando gli amici vengono a trovarlo, dice che vengono a vedere la sua pre-salma. Ormai “cadaverizzato”, scrive che di lui si può pensare ciò che si vuole: “… Tanto svolazzerò nel cielo in festa e un baffo me farà chi al mònno resta”. Il suo epitaffio? “O passeggero, qui fra tanta quiete, ’sto morto senza er nome su la targa, volenno, armeno adesso, un po’ de requie, prega li vivi de passà a la larga”. Titta Marini muore il 25 luglio del 1982 e, suo malgrado o con suo piacere non confessato, alla larga non gli gira nessuno. Le note biografiche sono tratte dal Catalogo coordinato dal Dott. Luca Gufi, con testo di Anna Alfieri e Carla Valdi, progetto grafico di Domenico Lamberti, cui la famiglia Marini Ceresa ha dato la totale disponibilità d’uso Per saperne di più

Antonia Bonomi
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MessaggioTitolo: Re: GIOVAN BATTISTA MARINI detto TITTA   Gio Dic 23, 2010 7:24 pm

E grazie Michael per i tuoi inserimenti per ricordare autori come Titta... spassoso e veritiero più che mai! Un abbraccio e, nel caso non ti ritrovassi prima delle Feste, AUGURISSIMI sinceri. santa

P.s. Festeggiamo, tanto siamo sempre conciati per le feste :-))))))
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