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Mi piace pensar che qualcuno -girando e dell'altro cercando- curioso, per caso si trovi davanti una pagina, l'apra, la legga e qualcosa d'intenso rimanga, come quando si coglie al tramonto il colore del sole che muore, mai uguale, sapendo che è solo di un attimo

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 Indirizzo sconosciuto

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wagena
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MessaggioTitolo: Indirizzo sconosciuto   Mar Gen 05, 2010 11:01 am

Erano tutte lì le sue lettere, ciascuna accuratamente ripiegata e imbustata. Ne aveva leccate tante di buste, una volta si era tagliata la lingua con i bordi di quella carta ruvida e spessa dal sapore antico che lei usava , e quella del 12 Dicembre 1983 si era macchiata di sangue.

Una goccia era caduta , come un sigillo di ceralacca, su parole che Lui non avrebbe mai letto. Erano migliaia, tutte senza indirizzo. Ne scriveva una al giorno, ed erano passati quasi quarant’anni. Le teneva tutte legate con nastri e appilate nei ripiani dello scrittoio, nell’armadio, nei cassetti del comò.

Mara viveva nel suo mondo, rinchiusa nella sua piccola casa sempre in penombra. La luce le dava fastidio, la feriva, le feriva gli occhi chiarissimi ed acquosi, che parevano sempre sul punto di lacrimare.

Eppure da allora non aveva più versato una lacrima. Ogni qualvolta , ripensando a lui, i suoi occhi si erano involontariamente riempiti di liquido bruciante , pareva che le sue pupille avessero una difesa inconscia, uno schermo invisibile che non poteva essere oltrepassato, e le lacrime tornavano indietro, e le finivano in gola, e le sentiva, lo sentiva che erano salate, ne aveva ingoiate un mare.

Era come se non volesse sprecare più nulla e lei ingoiava quel mare poco a poco e poi si guardava allo specchio, per accertarsi che non ve ne fosse traccia su quel volto, tirato e privo di ogni espressione di gioia o di dolore, un viso innaturale e impassibile, privo di rughe , una maschera dalla carnagione diafana.

Lei era morta molti anni prima, quando lui era scomparso. Non ne seppe più nulla di lui, nonostante mesi di ricerche . Poi il suo faldone finì nel dimenticatoio , tra altri fascicoli polverosi della Prefettura, e in un angolo recondito della memoria delle persone.


Mara era caduta in un profondo stato di angoscia e prostrazione, che la condusse a rifiutare il cibo . Avrebbe voluto morire, ed infatti, morì. Ma il suo corpo era obbligato a vivere e lei, nonostante cercasse in ogni modo di distruggerlo, fu alimentata forzatamente per lungo tempo nell’Ospedale Provinciale, e fu costretta a viverci dentro a quell’involucro di carne, pur essendo morta dentro.

Lo specchio le mostrava beffardamente ogni giorno il compromesso: nonostante fossero passati quasi quarant’anni, Mara non era invecchiata, aveva conservato l’aspetto della giovane donna di allora. Era come se il tempo si fosse fermato, insieme alle sue emozioni.

La sera, meccanicamente si sedeva allo scrittorio , apriva la ribalta, dal cassetto estraeva un nuovo foglio e una nuova busta, ed iniziava a scrivere. Non aveva mai smesso di farlo, era una sorta di irrinunciabile rito.

Da allora era rimasta volutamente sola, aveva accompagnato di volta in volta al cimitero i suoi fratelli, sua madre e suo padre, la madre ed il padre di lui. Ma non era mai tornata a trovarli, a deporre un fiore sulla loro tomba.

Era bella Mara, con quei capelli corvini che raccoglieva e fermava con pettini di corno , in contrasto con quegli occhi chiari e la pelle d’avorio. Era bella, ma era morta.

Il tempo si era fermato per lei , aveva più di settant’anni ed era rimasta tale e quale a quando era tornata dall’Ospedale. I pochi abitanti del paese che ancora ricordavano la sua storia e sapevano quanti anni lei effettivamente aveva, credevano che lei avesse venduto l’anima al demonio e, quando la incontravano, si facevano il segno della croce, mormorando chi frasi sacre, chi frasi profane.

Mangiava come un uccellino, usciva di casa solo una volta la settimana, il giovedì, per comperare lo stretto necessario, indossando sempre i soliti vestiti di allora, anche quelli pareva non si consumassero mai.

L’inverno era duro da quelle parti, a volte la neve ed il ghiaccio bloccavano porte e finestre di quella piccola casa sulla collina, dove il vento ghiacciato soffiava e ululava.

Quella mattina era il 12 Dicembre di un altro anno di morte, il vento pareva volesse scardinare l’uscio , ringhiando attraverso le fessure , poi si placò improvvisamente. Prese la borsa di paglia e uscì. Era il suo giovedì di frugale mercato.

In paese stavano montando le luminarie, si respirava aria di festa . Entrò nello spaccio e comprò le solite poche cose, rapida e silenziosa come sempre. Pagò e si diresse all’uscita , proprio mentre un uomo stava entrando. Si scontrarono quasi e lui mormorò parole di scusa, in una lingua che lei non conosceva.

Ma QUELLA VOCE!! QUELLA VOCE!! Le si gelò il sangue nelle vene…alzò gli occhi e quasi svenne. ERA LUI!! LUI!!!...Aldo!!! Stessi occhi neri come il carbone, stesso viso affilato , stesso naso sensuale, e la bocca ah, la sua bocca….

Mara era impietrita , lui la scansò e proseguì verso il bancone. Lei lo seguì con lo sguardo senza fiatare, immobile . Egli mostrò un biglietto scritto al ragazzo che era dietro il banco e lui rispose ad alta voce – Mio padre non c’è , ma la casa è quella di pietra, appena dietro la Chiesa. - L’uomo non capiva e allora il ragazzo uscì e gli mostrò a gesti quello che gli aveva appena detto. L’uomo annuì, sorrise e si avviò in quella direzione. Ah, quel sorriso…il SUO sorriso!!

Lo seguì.

Gli stava dietro di qualche passo, silenziosa, e intanto osservava il suo modo di camminare, con le braccia a penzoloni che appena ondeggiavano, e il passo lungo . E’ LUI, e’ LUI!!.. L’uomo girò l’angolo della Chiesa e si diresse verso la casa di pietra. Era disabitata da quarant’anni. Mise le mani in tasca ed estrasse una lunga chiave, aprì la porta e la richiuse immediatamente.

Era rimasta come impietrita, stava nascosta in quell’angolo e non poteva andarsene, no, non poteva senza prima sapere. Aveva il cuore in tumulto, era certa che quell’uomo fosse il suo Aldo, ma lui, come mai non l’aveva riconosciuta … nella sua mente in un lampo ricordò tutto, i momenti d’amore, le promesse, l’odore del suo corpo sudato nel fieno, i seni dolenti che lui amava stringere con forza quando lei gemeva sopra di lui.

Mentre questi ricordi le affollavano la mente, udì chiaramente due donne anziane che parlottavano tra loro – Hai visto, hai visto chi è arrivato – diceva una - Si ho visto, è tale e quale al padre – M’ha detto Don Pasquale che è morto solo come un cane, ma adesso il figlio si vende la casa e se ne ritorna da dove è venuto-

Una raffica di vento improvvisa si alzò , invase la bocca aperta di Mara e quasi la soffocò, mandandola in apnea. Poi la sospinse verso casa , dapprima sibilando, poi urlando tra gli alberi.

Pareva un fuscello sospinto , la sua gonna una bandiera che sventolava il suo stato d'animo. Poi il vento cessò e , come un automa, continuò a camminare verso casa. Ad ogni passo la fatica pareva aumentare, ansimava , le gambe erano pesanti come macigni , il respiro sempre più affannoso, la sporta sempre più pesante.

Aprì la porta e si trascinò verso lo scrittoio , si sedette sulla poltroncina di vimini…aprì la ribalta, estrasse un foglio e una busta dal cassettino e cominciò a tirare fuori i pacchetti con le lettere.

La trovarono così, tre giovedì dopo , una vecchia accasciata sullo scrittoio, intorno migliaia di lettere aperte sparse per terra, tutte con le buste strappate furiosamente con le dita e tutte senza indirizzo .

Probabilmente le aveva rilette una ad una , e ad ogni lettura il tempo, che per lei si era fermato, aveva ripreso a trascorrere.

Nell’ultima, che fu trovata sotto il suo viso corrotto quando la spostarono , c’era scritta una sola frase, stilata con calligrafia tremula:

STO ARRIVANDO


Anche quella, con indirizzo sconosciuto, macchiata da una lacrima scura.
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